Ciao Erica come va?

con questa domanda abbiamo iniziato la nostra chiacchierata con uno dei componenti di OTAKUBE, Erica Millea. Insieme a lei ripercorriamo da vicino gli ultimi due anni, dalla business competition ad oggi, di uno dei team vincitori, tra difficoltà, sorprese e imprevisti.

Ciao Erica come va?
Stanca, ma in senso positivo. Tutto sommato diciamo che va bene nonostante ci sia stato un momento in cui il progetto si è totalmente fermato. Per la sede visto che stiamo ancora combattendo per il nostro scrigno alla Città della Ragazzi, e perché abbiamo perso un pezzo importante del nostro team.

Nonostante tutto siamo riusciti a ritornare in carreggiata, e stiamo lavorando su vari fronti, ci siamo divisi i compiti finalmente. C’è chi si occupa del sito e dell’e-commerce e c’è chi si occupa della sede, di ristrutturazione e riparazioni varie. Quindi sì stanca, ma in maniera positiva, perché stiamo lavorando e siamo riusciti a superare più di un problema. Il nostro team è anche più unito, perché siamo tutti allineati sulle cose da fare e su chi fa cosa.

Come stai vivendo il progetto in questo periodo? Cosa ti ha spiazzato, motivato o ti ha fatto davvero arrabbiare? Il bello e il meno bello.
Sicuramente una delle cose che mi fa davvero arrabbiare, è che ancora dopo tanto tempo, nella Città dei Ragazzi veniamo visti come ospiti, non da accogliere, ma tenere lontani. Ci siamo sempre posti in maniera positiva e abbiamo sempre cercato di collaborare, di impostare il rapporto con gli altri sul “noi siamo qui perché facciamo questo, ma siamo anche qui per stare e fare insieme, coesistere”. Non siamo parassiti, stiamo lavorando sul condividere e il collaborare e invece c’è gente che soltanto perché abbiamo vent’anni, pensa che siamo lì per giocare.

E le amministrazioni?
Non hanno mai fatto un vero e proprio passo per mettere d’accordo noi e chi già viveva la Città dei Ragazzi. Una volta firmato il patto siamo stati completamente abbandonati. Non c’è mai stato un incontro tra le parti, per conoscere e stabilire i diritti degli uni e degli altri. Avremmo voluto che qualcuno ci accompagnasse, che spiegasse alla Città dei Ragazzi chi siamo e il nostro diritto di stare lì quanto loro.

Oggi hai la stessa motivazione che avevi due anni fa quando hai vinto la business competition?
Penso che la motivazione sia maggiore perché mi sento una responsabilità maggiore. Anche se in due anni abbiamo fatto poco rispetto a quello che ci eravamo prefissati, gli eventi ai quali abbiamo partecipato sono stati tanti e ci hanno permesso di farci conoscere sul territorio. Adesso per me è una sfida: tra me, il progetto e il fatto di riuscire!

Cosa non farebbe OTAKUBE di quello che ha fatto?
Lasciare tutto in mano ad una persona. Gli ultimi tempi sono stati davvero difficili, ci siamo trovati in alto mare su tanti fronti. Non eravamo al corrente di alcune cose importanti e questo ci ha spiazzato, ha rischiato di rallentarci.

Se ti trovassi di fronte un futuro partecipante di Giovani e Futuro Comune cosa gli diresti? Fallo o scappa?
Fallo, decisamente fallo. Perché ti apre a un mondo al quale bene o male devi approcciarti. Quindi meglio farlo prima, meglio farlo quando hai 18 anni con persone che ti seguono, ti portano sulla retta via e non trovarti catapultato nel mondo reale all’improvviso.
Decisamente fallo!

C’è qualcosa che proprio non ti è andata giù in questi due anni?
In generale il Comune è stato il vero grande ostacolo. Ricevere il bene era una cosa su cui puntavamo al 100% perché Giovani e Futuro Comune, lo dice il nome stesso del progetto, è basato sul bene comune e pensavamo che averlo fosse la parte scontata. Non ce ne eravamo preoccupati né pensavamo diventasse un problema. E invece negli ultimi due anni il Comune scappava, si nascondeva, “poi sì, ma forse, mettetevi d’accordo”.

Pensi che avresti raggiunto questa maturità, questa responsabile maturità nei confronti del progetto e del tuo team, se queste difficoltà non ci fossero state?
Per alcuni aspetti no. Magari adesso saremmo avviati e già falliti come associazione.

Cosa ti ha spinto in due anni a resistere, ad aspettare, ad incassare?
Sono testarda e quest’idea, questa associazione sono come un figlio che non posso abbandonare, è una sfida con me stessa.

Cosa hai imparato in questi due anni?
Ho imparato a condividere, a farmi aiutare, a non dire tanto ce la faccio e se non ce la faccio pazienza, ho imparato a dire “forse se mi faccio aiutare ci riesco”. Ho imparato ad essere meno timida, ho dovuto parlare e interfacciarmi con persone diverse. Ho imparato a non mollare, perché dopo due anni di alti e bassi devi per forza andare avanti.

Ricominciamo dalla domanda che abbiamo fatto all’inizio. Ciao Erica come va?
Se dopo questo percorso mentale chiedessimo a te, in rappresentanza di Otakube: Ciao Otakube come va? Cosa risponderesti?
Risponderei va bene! Facciamo quello che ci piace e ogni giorno il nostro progetto cresce insieme a noi e noi con lui, tra difficoltà e soddisfazioni, imparando cose nuove, sperimentando, fallendo e riuscendo. Siamo determinati e ci sentiamo fortunati: a quest’età lavoriamo facendo quello che ci piace e questo va più che bene!